Mancano due giornate alla fine del campionato. Il Bari si trova a fare i conti con un’annata fallimentare, conseguenza diretta di una gestione priva di una direzione chiara e di un progetto tecnico definito. La radice dei problemi viene individuata nella multiproprietà, una condizione che ha portato a scelte contraddittorie e a una programmazione inesistente.
Una rivoluzione senza fondamenta
La stagione è nata sotto il segno di una rivoluzione totale. La dirigenza ha deciso di smantellare la squadra precedente, inaugurando un mercato dai numeri impressionanti. Tra la sessione estiva del 2025 e quella invernale del 2026, il club ha registrato 32 acquisti e 36 cessioni. Un viavai continuo. Il risultato è una rosa priva di un nucleo solido e di senso di appartenenza. Su 30 giocatori, ben 15 sono in prestito, tra cui Cistana, Partipilo e Braunoder, mentre altri quattro come Bellomo e Gytkjaer sono in scadenza di contratto a giugno.
Confusione in panchina e in campo
Il caos del mercato si è riflesso inevitabilmente sul campo. Tre allenatori si sono alternati alla guida della squadra: Fabio Caserta, Vincenzo Vivarini e Moreno Longo. Ognuno con metodologie e idee tattiche differenti. Si è partiti con un 4-3-3 presto abbandonato per un 3-4-2-1, modulo poi confermato da tutti i tecnici successivi senza mai trovare una vera identità di gioco. La gestione di Longo, in particolare, non ha prodotto la svolta attesa. In sedici partite sono arrivate nove sconfitte. La squadra ha mostrato un atteggiamento sempre più difensivo, ma paradossalmente ha subito più gol. Non si è mai vista una scintilla, un’idea di gioco capace di dare speranza. La confusione è culminata nelle scelte della partita di Avellino, che hanno evidenziato la mancanza di stabilità.




